Il 19 Novembre Legambiente organizza il terzo Forum nazionale “La Bioeconomia delle Foreste: Conservare, Ricostruire, Rigenerare”.

Il Forum si pone ogni anno l’obiettivo di favorire il confronto tra rappresentanti delle istituzioni, delle imprese e del mondo della ricerca sulle azioni necessarie a tutelare gli ecosistemi forestali dagli effetti del cambiamento climatico, sulle strategie da attuare per valorizzare la multifunzionalità del bosco e sulle opportunità offerte per promuovere la crescita delle foreste urbane nelle nostre città.

Un momento di confronto per discutere delle buone pratiche, degli strumenti e delle politiche per rilanciare il Paese e avviare un processo di transizione verde dell’intera economia, puntando sulla gestione e pianificazione forestale sempre più sostenibile e responsabile.

Il Forum offre l’occasione per una riflessione anche sul ruolo che le nostre foreste possono avere nell’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e per raggiungere gli obiettivi della Strategia UE per la biodiversità.

Le foreste offrono alla collettività servizi ecosistemici di valore straordinario. La filiera italiana della trasformazione è già leader nel mondo per qualità dei manufatti e originalità del design. Il settore forestale ha ben compreso le necessità di uno sviluppo nel segno della sostenibilità e della tracciabilità, in grado di contemperare le esigenze di conservazione con quelle di valorizzazione, anche alla luce delle opportunità che ci offre l’Europa attraverso il Recovery Plan.

 

In occasione del Forum Bioeconomia delle foreste verranno premiati i vincitori della terza edizione del Premio “Comunità Forestali Sostenibili”, che ha come obiettivo quello di raccontare e valorizzare il lavoro e la storia di chi ogni giorno crea economie e opera per garantire il benessere del nostro territorio e delle nostre comunità.
Il premio, ideato nel 2016 da Legambiente e da PEFC Italia, è stato assegnato a quei proprietari o gestori forestali, pubblici o privati, operatori delle filiere dei prodotti e servizi forestali e montani e professionisti che si occupano di comunicazione.

In particolare, il Premio verrà assegnato a:
1. La miglior gestione forestale sostenibile (i vincitori)
2. La miglior filiera forestale (i vincitori)
3. Il miglior prodotto di origine forestale (i vincitori)
4. La miglior comunicazione forestale (i vincitori)

Tre menzioni speciali verranno inoltre assegnate da Slow FoodFondazione Garrone e Next per l’innovazione, per la valorizzazione dell’economia circolare e per l’impegno sul tema educazione ambientale.

 

A causa delle limitazioni dovute alla pandemia COVID-19 e nel rispetto delle prescrizioni previste, l’evento sarà trasmesso online sui siti www.lanuovaecologia.it e www.legambiente.it e sulle pagine Facebook di Legambiente e de La Nuova Ecologia.

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Diretta su youtube: https://bit.ly/simtur-TV e su Facebook: www.facebook.com/simtur.italia/live
LINK EVENTO FACEBOOK https://www.facebook.com/events/670381590244996

APERTURA ORE 15:00

FEDERICO MASSIMO CESCHIN “All Routes Lead to Rome”
GIANNI RUSSO “UISP Acquaviva”

TEMI GENERALI ORE 15:10 Interventi (Max 5 minuti)

PIERO LACORAZZA Le Vie dell’Acqua. L’Appennino raccontato attraverso i fiumi
YVONNE MAZUREK Accenni sulla storia millenaria di Orte e il trasporto intermodale sul Tevere
ROBERTO CROSTI Risultati del sondaggio Turismo fluviale e natura
ENRICO CARACCIOLO In sella all’Arno. Dal verde del Casentino al blu del Tirreno in bicicletta
ELENA BORDON Aggregazione sociale e basi di interess comuni lungo i fiumi
ESPERIENZE A CONFRONTO 15:40 (Max 5 minuti)

PRIMA SESSIONE ore 15:40

BENEDETTO MAGGIORE Percorsi con famiglia lungo i fiumi e le acqua interne
ENRICO VOLPE CanoaTrekItalia, esperienze e criticità di itinerari turistici per le vie d’acqua italiane
FEDERICO OCCHIONERO MappaTevere360 percorso e foto 360 della ciclopedonale Tevere sorgenti-mare

SECONDA SESSIONE ore 16:00

ELISABETTA MANGANELLI Un’estate in fiume…Discesa del Tevere in bicicletta
PAOLA VERONESE La rotta dei due Castelli…un viaggio lungo il fiume…a Roma
PAULA CACCAVALE Cammini e fiumi: buona pratica di valorizzazione territoriale. Aniene e Nicolaiana
MARCO PASI L’esperienza della Borsa del Turismo Fluviale e del Po
MAURIZIO ZACCHEROTI Il viaggio di Vivifiume Ombrome
ENRICO PINI Packrafting escursionismo in Toscana

ESPERIENZE “SUL FANGO” Visita guidata a piedi lungo le sponde del fiume Tevere 11:00-13:00

Si riporta il  comunicato COMUNICATO STAMPA DEL 23 giugno 2020 delle seguenti associazioni: WWF Abruzzo, Italia nostra – Consiglio delle Sezioni d’Abruzzo, CAI Abruzzo, LIPU, Salviamo l’Orso, Ambiente e/è Vita, Mountain wilderness, ENPA, Altura

La petizione si può firmare al link: http://chng.it/LJhN27RW46
Firmiamo tutti

Nuova riduzione del perimetro del Parco Naturale Regionale Sirente Velino!

Le Associazioni ambientaliste lanciano una petizione on line per scongiurare questo ennesimo attacco alla natura abruzzese e per richiedere un rilancio dell’unico Parco regionale dell’Abruzzo.

Ennesima proposta di riperimetrazione del Parco Sirente Velino. Il disegno di legge, approvato dalla Giunta regionale e pubblicato in questi giorni sul sito della Regione Abruzzo, contempla una nuova, e caotica, cartografia con il taglio di circa 8000 ettari nel territorio soprattutto nella Valle Subequana, ma anche sull’Altopiano delle Rocche a fronte di qualche Comune lungimirante che ha voluto aumentare il proprio territorio nel Parco. Una riperimetrazione che ha dell’incredibile, contraria a ogni logica, non solo tecnico-scientifica di continuità e tutela ambientale, ma anche amministrativa e di buon senso: ci si potrebbe ritrovare, infatti, a percorrere un sentiero con un piede nel Parco e l’altro no!

La politica di gestione del Parco Regionale Sirente Velino è vergognosa: il Parco è commissariato dal 2015 e già in precedenza aveva visto lunghi periodi di commissariamento, in totale è stato più il tempo che ha passato commissariato o con un presidente facente funzioni che quello in gestione ordinaria! Il perimetro del Parco ha già subito molteplici revisioni nel 1998, nel 2000 e nel 2011: sono stati tagliati migliaia di ettari determinando un vero e proprio cuneo nel suo perimetro. A ciò si aggiunga il fatto che non è stato approvato il Piano del Parco giacente in Regione da tre anni.

Le motivazioni addotte per il cattivo funzionamento del Parco non vanno certo ricercate nei vincoli, per altro non così stringenti, piuttosto nella incapacità di alcuni Enti locali che hanno sempre avuto la maggioranza nel Consiglio di Amministrazione gestendo il Parco come una sorta di Comunità Montana e della Regione che ha sempre lesinato e ritardato i necessari finanziamenti specie quelli per il ristoro dei danni prodotti dai cinghiali.

“Troviamo assurdo e inspiegabile – dichiarano le Associazioni ambientaliste – il modo in cui la Regione Abruzzo tratta il suo unico Parco, un territorio di grande valenza naturalistica e di fondamentale importanza per la biodiversità regionale. Non si può più rimandare una politica di rilancio del Parco: la Regione Abruzzo ne deve fare un luogo di eccellenza, un campo di sperimentazione di gestione delle aree protette, di riduzione dei conflitti con la popolazione attraverso la realizzazione di buone pratiche di gestione e interventi di promozione del territorio. Si doti finalmente il Parco di organi di gestione con persone competenti e di adeguati finanziamenti, si esca dal commissariamento, si lavori con il territorio!”.

Nella delibera si afferma che “la modifica dei confini, così come proposta dai Comuni, non incide sulle peculiarità ambientali e naturalistiche del territorio, che gode comunque delle tutele previste dalle misure di conservazione generali e sito-specifiche per le Zone Speciali di Conservazione (ZSC) e per la Zona di Protezione Speciale (ZPS), ricadenti nel territorio del Parco”. Come può la Regione fare una tale affermazione con tanta leggerezza? Quali sono gli studi, le evidenze scientifiche e di gestione per deliberare una tale assurdità? E soprattutto se nelle aree interessate dal taglio ci sono Siti di interesse comunitario, a suo tempo individuati dalla Regione stessa, validati dal Ministero dell’Ambiente e istituiti dall’Unione Europea, è evidente che sono presenti peculiarità ambientali e naturalistiche da proteggere, altrimenti i siti stessi non sarebbero stati istituiti. In questo modo, inoltre, la Regione crea una confusione normativa nei territori, perché per effettuare interventi nei Siti di interesse comunitario sarà comunque necessario espletare le procedure di VINCA e VAS, ma senza più i previsti vantaggi in termini di promozione e compensazione dello stare all’interno di un parco.

I vincoli di tutela nei SIC, nelle ZPS e nelle ZSC sono differenti da quelli presenti in un Parco regionale: l’attività venatoria, ad esempio, seppure con alcune limitazioni, in essi è consentita. Di fatto, territori che oggi sono chiusi alla caccia perché compresi nel Parco, se la nuova perimetrazione venisse accettata, sarebbero aperti alle doppiette … un peggioramento sostanziale nella gestione del territorio, altro che non incidere sulle peculiarità naturalistiche come si afferma nella delibera!

Non dobbiamo dimenticare che le aree interessate dalla riduzione del perimetro dell’area protetta sono aree di espansione dell’Orso bruno marsicano, come testimoniano le frequenti segnalazioni che interessano proprio la Valle Subequana. È inaccettabile che la Regione Abruzzo, firmataria di protocolli a tutela di questa specie, citiamo il PATOM per tutti, continui a predicare bene e razzolare male.

Alla base della nuova riperimetrazione, si legge nella relazione che accompagna la proposta di legge, ci sarebbe la necessità di arrivare a migliorare le condizioni degli imprenditori agricoli danneggiati dai danni da cinghiale. La Regione Abruzzo, invece di gestire in maniera attiva e propositiva la problematica dei danni e dei conflitti e di rendere il Parco regionale un esempio di pratiche innovative, in modo da collocarsi sullo scenario nazionale quale modello da seguire e “fare scuola” per altre realtà, come la fauna di pregio abruzzese richiederebbe, cosa fa? Insiste nel voler risolvere il problema dei cinghiali attraverso i cacciatori che sono coloro che il problema lo hanno creato con le massicce reimmissioni degli anni passati e che non hanno alcun interesse a trovare una soluzione. La Regione vorrebbe eliminare il problema riducendo il territorio del Parco, spostando altrove le problematiche e declinando ancora una volta all’assunzione di responsabilità che la gestione delle aree protette richiede. Da una Regione come l’Abruzzo ci si aspetterebbe di lavorare per l’ampliamento delle aree protette e non certo per la loro riduzione.

Il capitale naturale deve essere gestito scientificamente coinvolgendo le popolazioni locali in azioni di tutela e valorizzazione della flora, della fauna e del patrimonio storico e artistico dell’intero comprensorio del Parco, rendendole artefici del riscatto economico e sociale.

Le Associazione ambientaliste non possono assistere inermi a tutto questo, lanciano una petizione on line chiedendo a tutti i cittadini di collaborare con la propria firma per scongiurare la scellerata proposta di legge che vuole ridurre il perimetro del Parco. Le energie degli amministratori del territorio vengano investite per far uscire il Parco dal commissariamento, lavorando su proposte concrete anche di sviluppo economico che siano in grado di coniugare le reali esigenze del territorio e delle sue imprese e la salvaguardia ambientale.

Le Associazioni:

WWF Abruzzo, Italia nostra – Consiglio delle Sezioni d’Abruzzo, CAI Abruzzo, LIPU, Salviamo l’Orso, Ambiente e/è Vita, Mountain wilderness, ENPA, Altura

 

APPROFONDISCI   https://news-town.it/cronaca/30974-parco.html

Un luogo simbolo della storia e della memoria collettiva è stato tagliato via.

A Bianchi, in località “Malisirici”, la “Grotta del Brigante” oggi non è più accessibile: il “Sentiero del Brigante” e l’accesso alla grotta sono danneggiati irrimediabilmente, a causa del taglio di parte del bosco circostante e della rimozione degli alberi che reggevano il sentiero e le poche infrastrutture di legno costruite per raggiungere la grotta. La “Grotta del Brigante” rappresenta uno dei più importanti attrattori storico-naturalistici dell’area del Reventino e dell’alta Valle del Savuto. Dal punto di vista storico in questa grotta ha trovato rifugio Pietro Bianco, uno dei briganti dalla storia più cruenta e affascinante dell’epoca post-unitaria. Dal punto di vista naturalistico l’area intorno alla grotta è immersa in una natura a tratti selvaggia, fra boschi di castagno, cerro, ontano e agrifoglio.

Questo luogo dall’identità così marcata ha rappresentato uno dei punti di forza nel complesso dei sentieri realizzati e promossi dall’associazione Discovering Reventino, attiva sul territorio dal 2015. Infatti, la “Grotta del Brigante” in questi anni è stata meta di diverse escursioni organizzate dall’associazione, con numerose presenze da tutta la regione e anche dall’estero. Inoltre, per favorire l’accessibilità di quest’area sono stati realizzati – da parte dell’amministrazione locale – alcuni interventi mirati, tra cui la costruzione di una passerella in legno che agevolava l’ingresso alla grotta. Il cammino, in linea con gli obiettivi di Discovering Reventino è una forma di resilienza e di recupero dell’identità locale e del rapporto con l’ambiente e il paesaggio: conoscere i luoghi, come la “Grotta del Brigante” e i boschi intorno, ed essere consapevoli del loro valore naturalistico, storico e culturale consente di amarli e di tutelarli. Oggi, però, a questo luogo hanno tolto la vita.

 

La sua identità è scomparsa, tagliata via insieme ai boschi. Discovering Reventino, oltre a segnalare l’accaduto alle autorità competenti affinché verifichino la liceità del taglio, si rivolge alle istituzioni e agli enti preposti, nonché alle comunità locali, per invitare tutti ad una maggiore attenzione e a rispondere a quanto avvenuto a Bianchi con una proposta di azione condivisa e partecipata. L’obiettivo comune vuole essere quello di favorire la tutela dei luoghi e la creazione di percorsi e di economie sostenibili.

I boschi a ceduo che oggi sono funzionali per produrre pali da siepe, o molto più verosimilmente, vengono trasformati in cippato e destinati agli impianti di produzione di biomassa, possono invece essere al centro di un’economia forestale ecocompatibile che crei nuova occupazione e magari anche un nuovo paesaggio. I boschi possono essere concreti strumenti di sviluppo economico, sociale e territoriale. Occorre ridare valore al legno, attraverso la valorizzazione del prodotto e, allo stesso tempo, ridare valore alla biodiversità e agli habitat forestali come risorsa paesaggistica e ambientale. L’appello di Discovering Reventino, dunque, è motivato dalla necessità di intervenire insieme, al più presto, perché ciò che è successo a Bianchi non accada in altri luoghi cari a noi tutti.

 

FIRMA LA PETIZIONE “SALVIAMO TERMINILLO: FERMIAMO UN PROGETTO INUTILE E DANNOSO, #NOTSM!” SU CHANGE.ORG

 

Il PROGETTO TSM – Già bocciato due volte a causa del devastante impatto sul territorio, il progetto TSM prevede la realizzazione di oltre 7 km di nuovi impianti nelle parti più integre del Terminillo, comportando l’eliminazione di 17 ettari di bosco secolare e provocando ingenti disturbi alla fauna, in violazione delle norme di conservazione delle aree di alto valore ambientale e di quelle sulla Valutazione di Impatto Ambientale. I nuovi impianti (previsti a quote inferiori i 1.900 m), per la cronica mancanza di neve dovuta al cambiamento climatico, non avranno alcuna possibilità di essere redditizi, costituendo di fatto uno spreco di denaro pubblico, utilizzato a discapito di una delle zone montane appenniniche più belle e suggestive, tanto da meritare la tutela dell’Unione Europea attraverso speciali aree di protezione (SIC e ZPS).

I PRINCIPALI IMPATTI SULL’AMBIENTE

●        PAESAGGIO: il TSM intende scavalcare il vincolo della tutela paesaggistica spacciando il progetto come semplice ammodernamento dell’esistente

●        FAGGETE SECOLARI: con il taglio di 17 ettari di faggi secolari si andranno irrimediabilmente a compromettere gli obiettivi di conservazione del SIC del “Bosco della Vallonina”, esponendo l’Italia ad una procedura d’infrazione Europea che comporterebbe milioni di euro di multa

●        RISORSE IDRICHE: i sistemi di innevamento artificiale richiederanno ingenti quantitativi di acqua e creeranno problemi di ricarica delle falde già sottoposte a stress idrico per la crisi climatica in atto

●        ORSO BRUNO MARSICANO: il TSM è in aperta contrapposizione con quanto certificato dall’Università di Roma “La Sapienza” che ha definito “l’intera area come di importanza critica e favorevole per l’espansione dell’areale dell’Orso bruno marsicano”, ricordando che “tale espansione viene riconosciuta come unica strategia possibile e coerente per la conservazione a lungo termine di questa relitta popolazione di orso

 

A fronte di tutti questi impatti sull’ecosistema, non si avrà alcun effetto positivo stabile sull’occupazione; gli studi economici a sostegno del progetto sono basati sulla irrealistica previsione di attirare 280 mila sciatori ogni anno, pensando di risolvere la carenza di neve con l’innevamento artificiale, i cui costi sono stati molto sottostimati senza oltretutto tenere conto del continuo aumento delle temperature. Non a caso, il Rapporto “Nevediversa 2020” di Legambiente giudica come accanimento terapeutico ogni nuovo investimento in impianti sciistici sul Terminillo, dove le giornate sciabili sono ogni anno sempre più ridotte.

COSA CHIEDIAMO ALLA REGIONE LAZIO

· Di garantire il rispetto delle norme vigenti, confermando il parere negativo alla Valutazione di Impatto Ambientale del TSM, scongiurando lo spreco di denaro pubblico e un danno ambientale certo.

· Di riassegnare i fondi a disposizione per pianificare e sviluppare una nuova visione della Montagna “Terminillo”, valorizzando tutti i settori che puntano alla valorizzazione delle risorse naturali in maniera compatibile con la loro conservazione.  

TI CHIEDIAMO DI FIRMARE E DIFFONDERE QUESTA PETIZIONE PERCHÉ LO SCEMPIO DEL TERMINILLO NON RIGUARDA SOLO IL LAZIO MA SAREBBE UN DURO COLPO PER TUTTE LE MONTAGNE ITALIANE. SIAMO ANCORA IN TEMPO PER SALVARE LA NATURA DEL TERMINILLO!

Questa petizione è sostenuta da: WWF LAZIO, FEDERTREK – ESCURSIONISMO E AMBIENTE, G.U.F.I. GRUPPO UNITARIO PER LE FORESTE ITALIANE, CLUB ALPINO ITALIANO – GR LAZIO, ITALIA NOSTRA – SABINA E REATINO, MOUNTAIN WILDERNESS LAZIO, SALVIAMO IL PAESAGGIO RIETI E PROVINCIA, POSTRIBÙ, INACHIS, ALTURA LAZIO, SALVIAMO L’ORSO.

Osservazioni al progetto presentate in fase di Valutazione di Impatto Ambientale (link)

Per ulteriori approfondimenti: (link)

Nota di WWF Lazio,  FederTrek – Escursionismo  Ambiente, G.U.F.I. Gruppo Unitario per le Foreste Italiane, Club Alpino Italiano GR Lazio, Italia Nostra – Sabina e Reatino,  Mountain Wilderness Lazio, Salviamo il Paesaggio Rieti e Provincia, Postribù, Inachis sez. Gabriele Casciani Rieti, Altura Lazio, Salviamo l’Orso: il tema è il Terminillo e il progetto di rilancio “Terminillo Stazione Montana”.

Terminillo Stazione Montana: un progetto fallimentare non solo per l’ambiente, ma anche per l’economia.

Come è noto, il progetto Terminillo Stazione Montana (TSM) è già stato bocciato due volte dalla Regione Lazio a causa del devastante impatto sul territorio, ma è stato riproposto dalla Provincia di Rieti nel Dicembre 2019 con modifiche cosmetiche che non eliminano le criticità ambientali, paesaggistiche e quelle relative alla sostenibilità economica dell’investimento pubblico.

Potrebbe sembrare singolare che associazioni appartenenti al mondo ambientalista motivino la loro contrarietà contestando la redditività economica di questo progetto, ma non è così; i progetti maggiormente impattanti sull’ambiente sono infatti quelli fallimentari, perché erodono risorse ambientali e paesaggistiche senza offrire benefici economici di sorta. E purtroppo il TSM appartiene a questa categoria. Non si tratta di una affermazione gratuita, ideologica o retorica, veniamo ai fatti.

Per chi abbia la pazienza di leggere gli studi economico-finanziari allegati al progetto TSM, l’ultima pagina rivelerà una sorpresa.  Contiene infatti un disclaimer (disconoscimento) in cui l’autrice degli studi afferma testualmente quanto segue: “Il documento è stato redatto esclusivamente sulla base delle informazioni raccolte nel corso delle riunioni con la provincia di Rieti, della mail ricevute dalla Provincia di Rieti e dall’arch. Fabio Orlandi” e che di conseguenza “non si assume la responsabilità, né si fornisce alcuna garanzia per quanto riguarda la veridicità, l’accuratezza e la completezza delle informazioni contenute nel presente documento”, precisando infine come” i destinatari di questo documento si assumono la piena ed esclusiva responsabilità di qualunque azione che lo stesso intraprenda facendo affidamento sul contenuto del presente documento”.

Significa essere faziosi il far notare che uno studio economico-finanziario disconosciuto dalla stessa autrice non induca molta fiducia sulla sua redditività? Ma forse molti non lo hanno letto questo disclaimer, perché da fine Aprile ad oggi si sono moltiplicate sulla stampa locale le dichiarazioni di piena adesione del TSM. CGIL, CISL e UIL affermano in un articolo (30 Aprile) che il TSM attiverà 4.558 nuovi posti di lavoro; ma il TSM dichiara di assicurarne 17 a tempo indeterminato e 87 stagionali, e quindi come si arriva a questa cifra così allettante? Semplice, applicando un fattore moltiplicativo, quindi ipotizzando che ogni singolo addetto (anche stagionale) agli impianti metta in moto un indotto di 53 altri addetti nei settori ricettivi, commerciali, così come indicato da una società nel recente rapporto Skypass Panorama Turismo, una fonte citata nello studio di fattibilità economico -finanziaria del TSM sulla cui attendibilità si è già detto.

Ma c’è di più. Nel medesimo articolo viene avvalorata l’ipotesi che ogni euro speso da uno sciatore per gli impianti di risalita ne induca altri 10 spesi in attività quali shopping, ristoranti, alberghi, divertimenti vari. Considerato che nell’ultima stagione uno skipass giornaliero costava al Terminillo 28 euro, i sindacati si attendono che una famiglia di quattro persone, passando un weekend al Terminillo, spenderà 224 euro per gli impianti e 2.240 euro di indotto, ovvero circa 2.500 euro circa. Saremmo lieti che gli estensori di queste affermazioni specificassero quanto consistente sia oggi (ma anche domani) in Italia la platea di famiglie in grado di sostenere questi livelli di spesa al Terminillo. Viene da chiedersi in quale Italia crede di vivere chi amplifica queste ipotesi che il buon senso rigetta.

Sempre il 30 Aprile, una esponente della Lega reatina valuta il TSM come “una grande opportunità per il Lazio” (Lega reatina, 30 Aprile), poi UGL manifesta la “piena adesione al progetto”, le pro-loco di Leonessa, Cantalice e Terminillo indicano il TSM come “ultima speranza per i nostri territori” (2 Maggio) e la Coldiretti (13 Maggio) definisce il TSM come “una occasione per promuovere la sostenibilità del made in Rieti”.

I fatti sono molto diversi. Sotto il profilo occupazionale la realizzazione del progetto appare deludente rispetto alle attese e risibile se confrontata con altri investimenti di pubblica utilità. A regime, il TSM prevede l’assunzione di 17 dipendenti (e 87 stagionali). Ne deriva che esso assorbe 2,9 milioni di € per ogni nuovo posto di lavoro a tempo indeterminato creato. Tale ingente ammontare di risorse pubbliche, ben superiore ai valori medi nazionali riferiti a progetti co-finanziati (circa 56 mila €/per nuovo occupato), dovrebbe indignare chi ha a cuore la buona gestione delle risorse pubbliche alla cui raccolta hanno in buona misura contribuito i lavoratori. E qualcuno dovrebbe chiedersi se non esistano modi migliori di impiegare 20 milioni di euro, che andranno per l’acquisto di impianti (non certo prodotti da ditte locali) che rimarranno inutilizzati.

Forse è ora – ma meglio tardi che mai – di vedere in faccia la realtà.

Il TSM ha come posta di avvio 20 milioni di euro d’investimento pubblico iniziale (in parte già spesi nelle ripetute progettazioni) ma non è stata definita dai proponenti (prima tra tutti la Provincia di Rieti) una strategia d’investimento per colmare i circa 30 milioni che mancano al programma di interventi per avviarsi. E non è stata spesa una parola per spiegare come gli sciatori annuali del Terminillo – che negli ultimi anni sono oscillati tra le dieci e le ventimila presenze – dovrebbero divenire circa 280 mila attraverso un radicale drenaggio dalle altre stazioni sciistiche dell’Appennino, in crisi anch’esse. Si consiglia in proposito la lettura del documentato rapporto Nevediversa 2020 di Legambiente, certamente più autorevole di quello citato nel TSM.

La stazione meteo C. Jucci, posta a 1700 m sul M. Terminillo, ha registrato dal 1958 ad oggi, in media, la perdita di un giorno l’anno di neve sciabile. Questo dato risulta ancora più preoccupante dopo la stagione invernale appena conclusa (2019/2020) nella quale non si è registrato un solo giorno in cui le precipitazioni nevose abbiano garantito sufficiente neve sciabile al suolo.

Si dirà che oggi esiste l’innevamento artificiale; certo, ma non è gratis ed in più ha necessità di acqua e di adeguate condizioni climatiche.

In merito agli impianti di innevamento artificiale programmato, che vengono dai proponenti ritenuti risolutivi per sopperire alla mancanza di precipitazioni nevose (che per altro presuppongono basse temperature operative), si omette di rappresentare all’opinione pubblica gli alti costi che tale pratica comporta. Tale dimenticanza non è casuale. Il costo unitario di ogni singolo intervento di innevamento artificiale è infatti stimabile in oltre 1.1 milione di €, in linea con i costi sostenuti a metro cubo delle località alpine per 92.8 ha. di piste, quali dovrebbero essere quelle del TSM.

Chi si farà carico di tali costi? Perché i proponenti non ne parlano?  

Eppure, per permettere i flussi turistici previsti dal progetto tali interventi dovrebbero essere ripetuti per tre mesi invernali almeno due volte al mese (in base ai dati della neve al suolo registrato nell’ultimo decennio del Centro C. Jucci del Terminillo) con un costo certamente ben superiore a 6.6 milioni €, di cui solo 526mila sono previsti nel progetto.  Pertanto, chi si farà carico dei restanti 6 milioni di spese, ammesso che l’innevamento artificiale sia praticabile dato l’aumento delle temperature invernali del Terminillo? Si precisa che tra i nuovi impianti previsti uno solo raggiunge la quota non certo elevata di 1900 mt. Sorprende inoltre che nessuno degli intervenuti in favore del TSM abbia rilevato criticità sulla concreta capacità esecutiva del progetto da parte del consorzio incaricato della sua realizzazione e gestione (SMILE&Co) alla luce del pignoramento e messa all’asta delle quote societarie della “TSM Spa” (Corriere di Rieti 20/01/2016), società che nel consorzio funge da componente tecnica.  

Chiudiamo con una facile profezia: il TSM non passerà, e se non passerà non sarà colpa delle associazioni che lo hanno contrastato – finora le uniche a guardare in faccia la realtà – ma perché si tratta un progetto sbagliato, pensato nel posto sbagliato.

Sicuramente ci sarà chi accuserà le associazioni di essere la causa della bocciatura del TSM, ma diciamo fin da ora che si tratterà di accuse ipocrite, strumentali ed interessate; le associazioni non hanno alcun potere di veto, hanno solo richiesto il rispetto delle norme paesaggistiche e ambientali che tutte le amministrazioni pubbliche dovrebbero rispettare e hanno solo rivelato una inconsistenza del TSM che è di esclusiva responsabilità di chi lo ha concepito e portato avanti contro ogni logica e ragione.

Ma il discorso non terminerà con la bocciatura del TSM; il Terminillo rimane una enorme risorsa per il Reatino, da interpretare e valorizzare con occhi diversi; e a questa nuova prospettiva siamo disponibili con entusiasmo a contribuire.

Turismo ed escursionismo fluviale responsabile: natura e biodiversità lungo i fiumi
https://blog.tuttelestradeportanoaroma.it/…/turismo-fluvia…/

l turismo fluviale è una pratica di viaggio antica quanto l’uomo e che, nelle sue modalità rinnovate, sta riscuotendo enorme successo in molte parti d’Europa e del mondo.
È un turismo “verde“, ecologico e responsabile perché immerso nella natura e nel paesaggio, praticato con forme di mobilità dolce “a impatto zero“.

Per approfondire il tema, rilanciamo un sondaggio su Natura e Biodiversità dei fiumi, delle sponde e degli argini, sempre più amati non solo da chi pratica canoa, kayak, sup o canottaggio, ma anche da chi viaggia a piedi e in bicicletta.

Scopo del questionario è conoscere l’attitudine di chi pratica la mobilità dolce a considerare le rotte fluviali al pari di altri percorsi escursionistici, aumentando anche la consapevolezza sull’importanza della biodiversità e della conservazione delle specie da parte di viaggiatori e comunità residenti.

COMPILA IL QUESTIONARIO  https://bit.ly/turismofluviale-biodiversita

APPROFONDISCI https://blog.tuttelestradeportanoaroma.it/primo-piano/turismo-fluviale-e-biodiversita-un-sondaggio/?fbclid=IwAR3c123uOLOzLFBp4wXXTNkj09CNw2o0OGK_PT994jfy_X18d68QSuqkKkY

 

11 proposte concrete per ripartire dalla mobilità dolce e dal turismo sostenibile vivendo la natura ed i piccoli borghi

Un appello inviato oggi da AMODO ai Ministri:

    • Dario Franceschini (MiBACT),
    • Paola De Micheli (MIT),
    • Sergio Costa (MATTM),
    • Lucia Azzolina (MIUR),
    • Nunzia Catalfo (MLPS),

Al Presidente del Comitato di esperti economico e sociale presso la Presidenza del Consiglio Vittorio Colao.  Ai Presidenti delle Regioni e al Presidente dell’ANCI, il Sindaco di Bari, Antonio Decaro.

Undici proposte concrete per non dimenticare i territori dell’Italia Minore e del turismo slow per superare la fase emergenziale, ripartire con l’estate e in generale per una prospettiva a lungo termine di sviluppo del Paese

Ripartire dalla mobilità a piedi ed in bicicletta, dalle ferrovie turistiche, la natura ed i piccoli borghi, il turismo lento tra le bellezze d’Italia – ha dichiarato Anna Donati, Portavoce della Alleanza AMODO – sono la soluzione per far ripartire il turismo, l’accoglienza locale e di lavoro, la fruizione della natura, in tempi di distanziamento sociale.

> Leggi l’Appello di AMODO

> Scarica il comunicato stampa di lancio di AMODO

 

dall’editoriale del nostro VicePresidente Italo Clementi per AMODO

Penso che con la pandemia si sia aperta una nuova era, nulla potrà essere più come prima molte persone stanno riflettendo come un diverso stile di vita sia assolutamente necessario per migliorare in modo forte la qualità della vita a iniziare dalle città.

AMODO Alleanza Mobilità Dolce è nata proprio per lavorare in questa direzione e sarà in prima linea per spingere e stimolare questo processo. Fin da adesso stilerà una serie di richieste da sottoporre al governo, appena questo sarà possibile, incontrando i diversi Ministeri per sottoporre e discutere i progetti preparati e far si che possano trovare condivisione e essere avviati verso un percorso legislativo.

Oggi nelle città c’è un mondo di disagio diffuso che interessa vasti strati della popolazione e colpisce in modo forte quasi tutte le classi sociali.

I cittadini sono confusi e frastornati da una quotidianità vissuta in agglomerati urbani dove il disordine, il degrado, i volumi di traffico, l’inquinamento, compreso quello acustico, la continua accelerazione dei ritmi di vita e la mancanza di socializzazione vera, non quella virtuale, sta creando un malessere sempre più marcato, con conseguente aumento dell’aggressività, delle malattie psicotiche, degli stati di ansia.

Tutti questi sono segnali che ci dicono come il modello di sviluppo delle città, che fino a oggi ha dominato, ha fatto il suo tempo e che è giunto il momento di iniziare un nuovo percorso e un nuovo cammino in una direzione completamente diversa.
Partendo però dalla consapevolezza che la città può essere vissuta in modo nuovo e per nuovo intendo più vivo, più sereno, più partecipato, più socializzante, più solidale.

Per fare questo però è necessario fare scelte strategiche assolutamente innovative e in decisa controtendenza con quello che si è fatto sino a ora.
 Credo che sia arrivato il momento nel quale bisogna puntare in modo forte e deciso verso lo sviluppo di città realmente e concretamente sostenibili, non con le parole, ma con i fatti!

È ora di finirla di spargere fumo, di raccontare tiritere o filastrocche fatte di parole, parole, parole, parole e ancora parole. Sono fortemente convinto che per le città sia giunto e sia improcrastinabile il momento di un cambiamento vero. Di una decisa svolta.

Dobbiamo frantumare nelle nostre menti, l’immagine della città odierna e dobbiamo immaginare un’altra città, dobbiamo immaginare oltre, dobbiamo spingere il nostro pensiero al limite, dobbiamo volere un futuro diverso, dobbiamo pensare che il concetto di città come è ora impostato è un concetto vecchio, superato, obsoleto.

Le città, le amministrazioni comunali, con tutta la filiera delle associazioni, gruppi, devono assolutamente lavorare con molta volontà ma soprattutto con scelte politiche, coraggiose e precise per dare il via a questa inversione nello sviluppo urbano, che porti a un’altra città, una città dove l’uomo è l’assoluto protagonista, una città dove vivere è bello, una città serena, viva, positiva, una città dove i cittadini, oltre che virtualmente, sono anche umanamente connessi, dove il paesaggio urbano è una risorsa positiva a vantaggio di tutti gli abitanti.

Tutto questo è fondamentale per recuperare l’equilibrio sociale della comunità urbana, del territorio urbano e per la qualità della vita delle comunità cittadine. Il termine comunità è un altro concetto importante che dovrà essere tenuto in grandissima considerazione in ogni fase della nuova progettualità, un termine che deve essere come un faro verso il quale devono puntare tutti i progetti e le azioni per questo nuovo rinascimento delle nostre città.

È necessario invertire, ribaltare il modello di sviluppo. Invertire vuol dire non esportare il modello urbano delle città in piccoli paesi, addirittura nei borghi, perché sino a ora noi abbiamo fatto questo.

Abbiamo portato questo modello nelle piccole cittadine, in luoghi tra l’altro dove era ancora possibile scegliere tra un piano urbanistico che guardasse all’origine di quelle piccole realtà, di quel paese, di quel borgo, che si stava ingrandendo e dove era ancora possibile orientare la crescita nel solco della sua identità storica o al contrario che prendesse a modello quello urbanistico dei grandi agglomerati urbani.

Purtroppo spesso ha prevalso la scelta di scimmiottare la città con il risultato, un po’ come il punteruolo rosso ha fatto con splendide e rigogliose palme che sono poi seccate e morte, di contaminare questi paesi decretandone se non sempre la fine, un fortissimo degrado.

Bene penso sia giunta l’ora di fare esattamente il contrario, dobbiamo prendere a modello queste comunità e portare il loro modello in città, dobbiamo porci un obiettivo talmente alto, in apparenza addirittura folle, di trasformare le città in borghi!!Solo se ci porremo questa meta, questo obiettivo, che sicuramente sarà impossibile da raggiungere in pieno, riusciremo comunque a fare enormi passi nel recupero, urbanistico, architettonico, sociale, morale, di un nuovo godimento delle nostre città, di un nuovo rinascimento.

Il dramma delle città è un forte depauperamento del tessuto e della coesione sociale. Ma come si recupera questa coesione sociale?

Non si recupera solo vietando il traffico nei centri storici, ma si recupera ridando un’armonia di insieme a tutto il territorio urbano, periferie comprese, riaprendo un dialogo tra esse e il centro urbano, riattivando un positivo flusso di interscambio umano, che vuol dire riallacciare i collegamenti sociali, rimettendo in connessione i cittadini delle periferie con i cittadini dei centri urbani.

Se vogliamo far rinascere le nostre città non dobbiamo più mettere al centro della nostra progettazione i centri storici, come se fossero tutta la città dimenticandosi completamente delle periferie che quasi non vengono considerate città vera, ma zone da abbandonare al loro destino. Non è così.

Se vogliamo realmente cambiare il volto e ridare forza al tessuto sociale delle nostre città dobbiamo essere ben coscienti che il recupero delle città parte dalle periferie e non dai centri storici.

Esse devono diventare il luogo privilegiato, il laboratorio creativo, il crogiolo, di questo nuovo futuro. La vera rivoluzione delle nostre città deve partire da qui, è li che ci giochiamo la partita più grossa.

Le periferie sono state considerate sempre un po’ come una stanza della casa in cui ammucchiare vecchi oggetti, buttare in modo frettoloso e disordinato qualunque cosa che ci vogliamo togliere di torno, tanto quella è una stanza chiusa, buia, polverosa, quello che conta è il salotto buono.

Ecco io penso sia giunto il momento di aprire questa stanza, svuotarla delle cose che non servono, pensare a un nuovo utilizzo, ridarle luce, aria, rimetterla in comunicazione con tutta la casa, chiedendosi perché ci siamo ristretti nel salotto buono, mentre avevamo a disposizione spazi vitali da utilizzare.

È necessario avere entusiasmo, idee, libertà di pensiero, porsi come missione il preciso obiettivo di trasformare le periferie da luogo degradato a componente pulsante di questa nuova armonia urbana.

Bisogna avere coraggio, molto coraggio, arrivando anche, tanto per fare un esempio, a prevedere l’abbattimento, nei casi più eclatanti, di quegli edifici che vengono normalmente definiti con un linguaggio spregiativo “casermoni” e che hanno dato un grosso contributo all’abbrutimento architettonico ma, quello che è ancora peggio, al decadimento sociale delle periferie.

Oggi più che mai che in questo discorso di cambiamento, di inversione di tendenza, di nuova idea di città, di una città che guarda avanti che mette al centro del suo sviluppo l’uomo e il suo benessere fisico e psichico è necessario assolutamente lavorare su una nuova idea di mobilità, dove il muoversi a piedi o in bicicletta in stretto interscambio con i mezzi pubblici, diventa assolutamente prioritario.

Il recupero delle periferie e una nuova mobilità urbana, realmente sostenibile, sono i due capisaldi prioritari intorno ai quali lavorare con molta, molta convinzione. Se sono riuscito a farvi sognare e a desiderare che questo borgo metropolitano, che sembra un irrealizzabile sogno, si avveri, allora forse le mie non sono state parole al vento.

È arrivata la Primavera con la sua luce, la rinascita e la speranza anche in questo doloroso 2020 di pandemia, preoccupazione e restrizioni

Anche se abbiamo rimandato tutti gli eventi della Primavera della Mobilità dolce di AMODO, siamo pronti a sognare insieme viaggi e progettare percorsi dentro il tempo lento del nostro comune stare a casa, il tempo della responsabilità collettiva.

Oggi l’Italia, come l’Europa ed il mondo intero, sono immersi nell’emergenza Coronavirus, con il suo carico di contagi, morti e sofferenza.

La priorità è dunque salvare le persone contagiate in grave difficoltà, tutelare i lavoratori del sistema sanitario e dei servizi essenziali, mentre ognuno di noi restando a casa deve contribuire a ridurre l’espandersi del contagio. A tutti quelli impegnati in prima linea per questa assistenza va il nostro ringraziamento e la nostra vicinanza alla famiglie dei deceduti ed ammalati, a tutti i territori e le amministrazioni più colpite.

Dal 21 marzo al 21 giugno la nostra Alleanza AMODO aveva lanciato la consueta Primavera per la Mobilità Dolce, con tanti eventi a piedi, in bicicletta, sui treni turistici, con escursioni, convegni e mostre per viaggiare dolcemente nella bellezza del  paesaggio italiano e godersi la sua stagione migliore. Ma adesso dobbiamo giustamente stare tutti a casa ed annullare questi eventi, come prescritto dal Governo e dalle istituzioni di tutela della salute, perché solo cosi possiamo fermare il contagio.

Eppure confinati a casa, restiamo viaggiatori che non vogliono fermare i propri sogni: è il tempo per immaginare una camminata, una pedalata, un viaggio su di un treno turistico, un piccolo borgo autentico da vivere, un viaggio lento immersi nella natura e di raccontarlo, per permettere a molti altri di conoscerlo, desiderarlo e programmarlo in compagnia. Per questo, sul sito e social vi proporremo a partire da questi primi spunti tante idee per viaggi slow da fare quando avremo superato l’emergenza.

Sono proposte delle nostre tante associate, pronte a far ripartire presto quel turismo lento e la cura dei territori che ci tiene uniti in una grande piattaforma per la mobilità dolce: AMODO.

E’ il momento anche per una riflessione che porteremo avanti con tutte le nostre Associazioni su ambiente e salute, sulla conversione dell’attuale sistema di trasporti che causa insostenibile inquinamento dell’aria, considerato anche un possibile fattore di diffusione dei virus: un modello che deve cambiare, puntando con decisione verso la qualità ambientale e la salute collettiva, e quindi verso una mobilità sostenibile, dolce ed attiva, che AMODO è impegnata da sempre a sostenere. Riprendiamoci ora il tempo lento del nostro stare a casa e diamo spazio ai nostri viaggi immaginari, ecco alcuni dei nostri più affezionati, mandateci i vostri!

La primavera è arrivata, dobbiamo esser certi che…… torneremo a viverla!

Scoprite le nostre proposte di viaggi slow.